La posizione del cristianesimo rispetto alla danza è storicamente complessa e ambivalente. Si è formata in dialogo e conflitto con le pratiche pagane, sotto l'influenza dell'antropologia (valutazione del corpo) e delle dottrine teologiche. Di conseguenza, non esiste una «posizione cristiana unica»; piuttosto, si può parlare di uno spettro di relazioni — dal totale rifiuto come pratica peccaminosa fino all'inclusione nella vita liturgica come forma di preghiera mistica. Questo spettro dipende dall'epoca, dalla confessione, dal contesto culturale e dalla tradizione specifica.
La Chiesa early Christiana (I–IV secoli) esisteva in un ambiente di cultura ellenistica e mediorientale, dove la danza faceva parte delle misterie religiose (ad esempio, nei culti di Dioniso, di Cibele), delle feste popolari e delle rappresentazioni romane. Gli Padri della Chiesa (Tertulliano, Giovanni Crisostomo, Agostino) hanno criticato queste forme aspramente, vedendole come:
Manifestazione del paganesimo e dell'idolatria.
Stimolazione della sensualità e della lussuria attraverso la dimostrazione del corpo.
Connessione con contesti immorali di banchetti e rappresentazioni teatrali.
Tuttavia, già in questo periodo si possono trovare tracce di un altro atteggiamento. Nell'Evangelo c'è una menzione metaforica della danza (parabola del figliol prodigo: «…collocarono il vitello grasso… e si divertirono» — Lc. 15:23-24, dove «divertirsi» nel greco può implicare danze). Anche esiste una leggenda precristiana del Cristo danzante negli apocrifi «Atti di Giovanni» (II secolo), dove Cristo, circondato dai discepoli, fa un cerchio prima della Cena e spiega attraverso i movimenti i misteri della fede.
1. Ortodossia: gesto liturgico e tradizione popolare
Nella tradizione bizantina e ortodossa, la danza come azione autonoma nel culto non esiste. Tuttavia, il culto è inteso come «danza davanti a Dio» nel senso metaforico: è un'azione rigorosamente regolamentata, ritmica, sinfonica (processioni, incenso, inchini). La plasticità del culto ha un profondo significato simbolico.
Esempio: Nella liturgia di ingresso di Gesù a Gerusalemme (Domenica delle Palme) la processione con le fronde intorno al tempio può essere considerata un cammino solenne, ritmico.
Cultura popolare: Nel periodo postbizantino, specialmente tra i popoli slavi, le feste cristiane (Natale, Pasqua, Trinità) includevano spesso cerchi e danze popolari, che, anche se non facevano parte del culto, erano interpretate come espressione di gioia. La Chiesa li trattava con sospetto, ma spesso li tollerava come costume popolare.
2. Cattolicesimo: dalle misterie al condannamento
Nel Medioevo occidentale esistevano drammi liturgici e misteri che potevano includere elementi di processioni e movimenti ritmici (ad esempio, la «Danza della Morte» come moralità). Tuttavia, dopo il Concilio di Trento (XVI secolo) tali forme furono in gran parte espulse dal tempio. La posizione ufficiale è diventata più rigorosa, anche se nel cattolicesimo popolare (soprattutto in America Latina e nelle Filippine) le processioni danzanti sono sopravvissute.
3. Protestantesimo: rifiuto radicale e nuove forme
La Riforma, con il suo accento su «solo la Scrittura» e il rifiuto delle «istituzioni umane», ha espulso la danza dalla sfera sacra in molti movimenti (calvinismo, puritanesimo, molte chiese battiste) considerandola un intrattenimento mondano, peccaminoso. Solo nel XX–XXI secoli alcune comunità carismatiche e neo-pentecostali hanno reintrodotto la pratica della danza come forma di adorazione.
4. Chiese Etiopica e Copta: tradizione liturgica unica
Questo è l'eccezione più evidente. Nella Chiesa ortodossa etiope esiste una tradizione antica di danza liturgica «evcharistica kebra». I sacerdoti e i diaconi compiono movimenti speciali, lenti, pendolari durante le funzioni festive (soprattutto durante le grandi feste), spesso con bastoni e tamburi, muovendosi con un ritmo a tre passi (simbolo della Trinità). Questo non è un ballo divertente, ma una preghiera in movimento, un'espressione di gioia e di gratitudine.
Nella storia della mistica cristiana, la danza a volte è stata utilizzata come metafora o persino come pratica di unione con Dio.
Meister Eckhart (XIV secolo) chiamava l'anima che torna a Dio «anima danzante».
Il hassidismo (movimento mistico ebraico del XVIII secolo, vicino a alcune idee cristiane) ha attivamente utilizzato il ballo estatico come modo per raggiungere l'estasi religiosa (dvekut), influenzando alcune comunità cristiane dell'Europa orientale.
Nella pratica dell'hesichia (pratica ortodossa dell'intelligenza), non c'è ballo, ma c'è attenzione al ritmo della respirazione e del battito cardiaco come movimento interno della preghiera.
Da metà del XX secolo, nei movimenti carismatici e neo-pentecostali (incluso il rinnovamento cattolico) la danza è tornata in alcune comunità come espressione spontanea di gioia nello Spirito, forma di lode e adorazione. Spesso si tratta di movimenti improvvisati con bandiere, scialli (tessuti di lode). I sostenitori lo vedono come l'esecuzione di inviti biblici come «lode a Lui con timpani e facce» (Sal. 150:4). I critici (inclusi all'interno del protestantesimo e dell'ortodossia) lo considerano come emotività inappropriata, prestito di pratiche laiche e distacco dalla reverenza.
Al di fuori del contesto liturgico esiste il fenomeno dell'arte danzante cristiana (Christian dance ministry). Questo sono numeri coreografici scenici su argomenti biblici o temi spirituali, eseguiti in sale da concerto o come parte di eventi di evangelizzazione. Qui la danza diventa un'evangelizzazione visiva, un linguaggio metaforico per trasmettere verità spirituali.
Interpretazione teologica: approcci possibili
I teologi che cercano di reintegrare la danza nel cristianesimo offrono diversi approcci:
Incarnazionale: Il cristianesimo glorifica l'Incarnazione, quindi il corpo come tempio dello Spirito Santo. La danza può essere un'espressione della corporalità consacrata.
Esechiale: La danza è un'anticipazione della gioia del Regno di Dio, dove ci saranno «banchetti e festività» (cfr. Lc. 15:25).
Trinitario: Il movimento reciproco dei Volti della Trinità (perichoresis) viene descritto dai teologi come un ballo perfetto, eterno d'amore, al quale l'uomo è invitato.
La storia della danza nel cristianesimo è una storia di tensione costante tra il negazionismo ascetico del mondo (inclusi le sue pratiche corporee) e l'affermazione incarnazionale dell' santificazione dell'intera natura umana. Se nei primi secoli e nell'epoca della Riforma prevaleva una logica protettiva, proibitiva (soprattutto in Occidente), negli ultimi tempi si nota un movimento verso una visione più integrativa.
La danza nel cristianesimo oggi esiste in diverse forme: come antica tradizione liturgica (Etiopia), come elemento ritualistico popolare, come espressione carismatica spontanea e come arte professionale su temi spirituali. Il suo futuro dipenderà dal grado in cui le comunità cristiane troveranno forme teologicamente profonde e liturgicamente appropriate per realizzare la verità che la fede non è solo pensiero e parola, ma anche il movimento dell'intero essere, inclusa la carne, verso Dio. La danza rimane una sfida che invita il cristianesimo a una nuova interpretazione della bellezza e della santità del movimento umano.
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